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Da "Il Mattino di Padova" del 3-10-2002

L'indagine dell'istituto Poster fa emergere per la prima volta il distacco dei cittadini dal tradizionale processo di crescita

Troppo stress, il Nordest è stanco di correre

Diamanti: lo sviluppo inizia a essere percepito come un problema
La delocalizzazione vissuta come grave rischio dal 93% degli interpellati

VICENZA. Se il '95 è stato l'anno dell'affioramento della secessione, oggi siamo in piena crisi d'identità. La locomotiva Nordest fatica a pensare di potere accelerare ancora. Meglio: si chiede perché accelerare. Procedere nella replica del modello economico che ha fatto la fortuna del Nordest significa, nell'opinione prevalente, sperperare la risorsa più preziosa - il tempo libero di ciascuno - e proseguire nella devastazione del territorio e nell'allestimento di un tessuto sociale sempre più stressato. Un tessuto sociale che smette di coltivare l'equazione maggiore reddito uguale migliore qualità della vita.
Tale insieme di sorprendenti indicazioni emerge dal VII Rapporto sulla società vicentina realizzato dall'Istituto Poster su incarico di Assindustria Vicenza. Occorre intanto premettere, come ama sottolineare il direttore di Poster, Ilvo Diamanti, che Vicenza è il cuore del Nordest e ne rappresenta e prefigura le tensioni e i fenomeni peculiari. Sorprendente appare in primis lo scollamento fra economia e società. «Siamo a un punto di svolta - osserva Diamanti - poiché la società non è più disposta a correre. La locomotiva dei miracoli economici comincia a fare paura. E soprattutto l'economia e la società non sono più una cosa sola, ma interlocutori che devono oggi scrivere assieme un nuovo patto. Finora le scelte dell'economia coincidevano con le scelte della società, ma l'automatismo s'è spezzato».
La questione clou - quale futuro desidera per sé il cittadino in rapporto al lavoro e all'economia? - ha a che fare con la consapevolezza dei vicentini e dei veneti di avere valicato un limite. Il territorio è una risorsa finita (o quasi). Il tempo dedicato al lavoro è stato espanso al massimo. La flessibilità ha portato con sé stress. Il sistema è andato in fuori giri, come testimonia quotidianamente la congestione parossistica del «valico di Mestre». E la disillusione imperante nei confronti della politica, incapace di tradurre in fatti idee vagheggiate da decenni, implica l'impossibilità di sperare che il caos quotidiano possa a breve migliorare. Chi crede ancora che la superstrada pedemontana veneta diverrà realtà prima di un decennio?
Occorre rilevare che la perplessità con cui la società guarda alle logiche dell'economia non è nuova, per esempio, in ambienti metropolitani o in presenza di monoliti economici quali la Fiat che erano percepiti come altro da sé dalla società piemontese e dalle colonie degli immigrati meridionali. Una peculiarità del Veneto attiene a un tessuto imprenditoriale diffuso. Una sorta di impresa collettiva. In un territorio in cui vi è un'azienda ogni 10 abitanti, giocoforza vi è stata finora un'identificazione fra bisogni dell'azienda e di chi abita il territorio. Guardare criticamente al modello di sviluppo sinora applicato comporta perciò una sorta di dissociazione da se stessi. «Oggi lo sviluppo comincia a essere percepito come un problema - dice ancora Diamanti - e una prospettiva cui di necessità occorre porre un limite».
La necessità di porre un limite allo sviluppo sarebbe stata interpretata come una bestialità solo fino all'altroieri nella terra dello stakanovismo felice e dell'autoimprenditorialità eretta a sistema. Ma ora i vicentini e i veneti sembrano appagati dal grado di benessere raggiunto (tutti i principali indicatori di consumi «tecnologici» sono largamente al di sopra delle medie nazionali). Tanto appagati da non apparire disponibili a pagare i costi di una replicazione del modello di sviluppo sinora vissuto. Indisponibili a scambiare tempo con lavoro & denaro. Indisponibili a proseguire nella distruzione ambientale in nome della crescita economica, salvo poi vivere a disagio in questo stesso territorio. Ma anche indisponibili - e qui sta un altro aspetto di schizofrenia - a trasferire altrove il surplus di sviluppo che l'economia veneta è ancora in grado di generare. La delocalizzazione è vissuta con apprensione. E' un rischio per il 93% e più del campione sondato da Diamanti. Ma se non è immaginabile perseguire l'implosione del miracolo Nordest, poiché frenare la crescita equivale a cedere spazio ai competitori internazionali, ne deriva che società e economia nordestine devono dialogare più intensamente e chiarire quale futuro possono assieme coniugare.

 

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Ultimo aggiornamento: 08-10-02         Powered by Nuova Informatica